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AA29 Project Room, Milan
(…)The interdisciplinary work (performance, video, photography) MUTABIS / Scicli / Atto II, by Sicilian artistic duo Vinci/Galesi (Sasha Vinci and Maria Grazia Galesi) – made in collaboration with filmmaker Alessandro Zangirolami, soundmaker Antonio Mainenti and art curator Eleonora Raspi – takes part in this discourse. (…)


copertinaaltreconomia

altreconomia n.184 luglio 2016 (Link,  PDF)


"Vivere", inserto culturale de "La Sicilia". 26 maggio 2016
“Vivere”, inserto culturale de “La Sicilia”. 26 maggio 2016

da Sands-zine

Cartridge Music (musica per testina)´ // `Nassau 1713´

“Cartridge Music” ci impone nuovamente una riflessione sull’importanza di John Cage.
L’occasione che si presenta è ghiotta al fine di speculare sulle possibilità didattiche offerte da alcune partiture del compositore americano, soprattutto per ciò che riguarda l’insegnamento creativo della musica presso l’infanzia.
Il CD in questione è infatti derivato da un corso di musica creativa per bambini tenutosi nel Dicembre del 2012 presso il circolo ARCI ‘Via d’Acqua’ di Pavia. I bambini hanno lavorato sulle indicazioni di Cage per disegnare una loro partitura grafica e realizzare, infine, un’esecuzione strumentalmente basata su microfoni a contatto (in sostituzione delle testine per grammofono utilizzate in origine) da ‘preparare’ con svariati oggetti (aghi, piume, cavetti, scovolini per pipe …). In seguito un gruppo di musicisti ha «eseguito le partiture disegnate dai bambini a partire dalle indicazioni di Cage».
Il tutto – esecuzioni, partiture grafiche, descrizione dell’evento … – è poi finito in questo totem alla creatività.
Permettete, a questo punto, una scaruffata: fra 300 anni i nostri bisnipoti staranno ancora a riflettere sull’influenza di Cage nella loro musica così come noi oggi riflettiamo su quella di Bach.
Ma di non solo Cage si vive, e questi dischi ci offrono l’occasione per tornare a parlare anche di Antonio Mainenti, eccellente musicista che, dopo anni di attività, resta ancorato a un sistema di produzione estremamente ‘povero’.
Mainenti, oltre ad essere il coordinatore di “Cartridge Music”, si distingue quale punta di diamante del terzetto che ha registrato la suite in 5 parti “Nassau 1713”. Il titolo fa riferimento al quindicennio 1703 – 1718, periodo in cui le isole Bahamas restarono senza alcun governo diventando così un rifugio della pirateria oltreché una comunità anarchica. Paolo Sanna alle percussioni e Luca Pissavini al contrabbasso elettrico con 5 corde seguono linee contrapposte, il primo attraverso tempeste, turbinii e gragnole di battiti che cadono a scatafascio e il secondo disegnando linee melodiche che come contrail attraversano quelle turbolenze. Il tutto è tenuto assieme dalle trame di sartoria elettronica tessute da un Mainenti che sembra avere, più che quelle del musicista, le doti dello stregone.
I due dischi sono talmente belli che perdoniamo anche alcuni refusi sparsi fra le annotazioni (ad esempio Paolo Sanna è riportato come Polo Sanna e la composizione di Cartridge Music viene datata al 1968 e non al 1960 com’è in realtà).


 

ALTER, estate 2015 (+ info su Facebook)
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Nassau 1713 (SP) La cueva boreal 

20/04/2015 Una mostra sul calafato

Giornale di Sicilia, 20 aprile 2015
Giornale di Sicilia, 20 aprile 2015
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La Sicilia, 13 aprile 2015

 

Giorgio Occhipinti "Ronda de Musica". Musica Jazz, marzo 2015, n. 76
Giorgio Occhipinti “Ronda de Musica”.
Musica Jazz, marzo 2015, n. 76

Giorgio Occhipinti: Ronda de musica

25/08/2014 Urban Art Meeting premia la creatività di 60 artisti

Bikeitalia.it Quello che ascolta la mia bicicletta

Wired.it Se la mia abici avesse le orecchie

(ENG-ITA) article by Alberto Lepri taken from: COLLEZIONI 0/3 Baby n.54

da sand-zine Alfredo Rastelli

gran bella musica

Di Antonio Mainenti abbiamo trattato nell’ambito della recensione che riguardava le prime due pubblicazioni in cd-r della net-label rudiMENTALE, in particolare, il disco del Canzoniere Sintetico, collettivo da lui promosso. In quel disco, la tradizione siciliana si fondeva con le più varie istanze avanguardiste in un connubio dagli eccezionali risultati. Mainenti lo ritroviamo in “Don Luiggi ed altri canti a-sociali” (lavoro uscito nel 2005), completamente immerso in quella musica popolare da lui tanto amata. Il disco è infatti una raccolta di canti e canzoni popolari/tradizionali e composizioni originali in stile; da questo punto di vista vanno ascoltate insieme Amici, Amici (Tradizionale) e amici di rausa, la prima un tradizionale canto a cappella arrangiato da Mainenti e il secondo un pezzo da lui appositamente scritto. La prima parte del disco presenta varie composizioni originali, realizzate principalmente con voce e chitarra, con qualche aggiunta sonora (l’immancabile schiacciapensieri, e l’elettronica di fondo, ascoltare Zagara) ad affrescare questi quadretti folk. Mainenti si rileva un autore bravissimo al canto nonché dalle ottime doti di songwriting e di arrangiatore (bellissima Don Luiggi, arrangiata su una versione acustica di Child In Time) e inoltre sempre lucido nel calarsi perfettamente nella tradizione della sua Sicilia. Cravatta (per uno shampo a settimana) richiama anche musicisti corregionali (la Consoli e Battiato ma anche De Andrè), mentre Porfirio strizza addirittura l’occhio a certo jazz-blues nazionale d’autore. Da la vitti ‘mpinta a n’arvuluin poi invece, prendono forma canzoni tradizionali riarrangiate per chitarra acustica (mi votu e mi rivotu) o per solo schiacciapensieri (lu libbru di l’infami, quantu basilicò), in cui emerge l’humus propriamente siciliano. Le ultime due tracce sono invece ad appannaggio di Dario Sanfilippo (in arte Tirriddiliu), compagno di venture di Mainenti, che presenta due variazioni di Nurstagia, sottoforma di derive elettroniche. Gran bel disco.


A’rraggia

Antonio Mainenti – Don Luiggi ed altri canti (a)sociali (Sicilia Punto L)

tra folk e sperimentazione, finalmente, il cantautorato si svecchia senza svendersi (il disco è uscito con la Sicilia Punto L, una casa editrice anrchica). Il nostro non si limita
a stare con la chitarra in mano e a cantare, ma aggiunge alle canzoni rumori ed echi (che
riproduce bene dal vivo con l’aiuto di una loop machine e di un computer), ma soprattutto vive sulla sua pelle ciò che canta, rifiutando quel ruolo di semplice cantastorie” e/o “artista” dietro al quale tanti suoi “colleghi” si nascondono.


Brigata Lolli

bielle.org

Un altro lavoro molto interessante che nasce nelle secche di quella discografia “minore” o fintamente minore, in cui Bielle pesca sempre con grande piacere. Non autoprodotto, ma comunque numero 1 del catalogo di Sicilia Punto L Edizioni, che poi sarebbe Sicilia
Libertaria, giornale anarchico per la liberazione sociale e l’internazionalismo. Antonio Mainenti fa tutto da solo: canta, scrive, arrangia e suona una decina di strumenti, tra cui chitarra clasica ed elettrica, viola braguesa, scacciapensieri, tamburello, sinth e
campionamenti. Oltre a cantare e a farsi i cori. Potrebbe risultarne un disco di folk scarno, ma non è così: Antonio occupa tutto lo spazio disponibile e con grinta propone soprattutto se stesso e il suo repertorio, che in buona parte si appoggia su tradizionali rivisitati. Ha esperienze di teatro (e si sentono nel modo di porgere le canzoni)
e di colonne sonore. “Don Luiggi e canti a-sociali” viene registrato nel 2004. Non aspettatevi niente di classico. E’ folklore risciacquato nel punk, con un piccolo inciso deandreiano, sberleffo obliquo e trasversale. Come se Bugo suonasse a Ragusa … Il sito è…


audio intervista

Antonio Mainenti, guru siciliano delle autoproduzioni e del DIY si fa quattro chiacchiere con noi su tutele alternative e altri temi a noi cari (5,93Mb)

mp3 get up kids


Rockit

recensione di merda

di Renzo Stefane

Immaginate David Tibet dei Current 93, Robin Hitchcock (ma giusto uno spruzzettinino), Ivan Della Mea (vecchio cantore popolare di protesta politica degli anni 60), che suonano insieme, con alla voce Ciprì e Maresco (sì, quelli di “Cinico tv”, “Lo zio di Brooklyn”, “Totò che visse due volte”, “Enzo, domani a Palermo!”, “Come inguaiammo il cinema italiano. La vera storia di Franco e Ciccio”, “I migliori nani della nostra vita”). Ok, avete un’idea di quello che fa Antonio Mainenti. Quasi trentenne, convinto siciliano (sono cazzi capire quel che dice per chi è nato sopra il Volturno, ma lui – bellamente – se ne frega: “io non voglio più limitarmi perché la gente, la cosa che più mi interessa al mondo, non vuole attuare un minimo sforzo per capire che non sempre tutto deve essere comprensibile: bisogna anche soffrire e sforzarsi”. Beh, amico, con tutto il rispetto, non mi metto certo a studiare il siciliano per te. Ma per fortuna c’è anche qualche testo in italiano), convinto anarchico (tutto bene), nel 2001 ha avuto l’idea del Canzoniere Sintetico. Per capirlo magari occorre fare un passo indietro: agli anni 60, quando un gruppo di cantautori (Ivan della Mea, Giovanna Marini, Gualtiero Bertelli) decidono di recuperare il patrimonio folk italiano più politico e di scrivere nuove canzoni nel solco di quella tradizione. Altra premessa: caratteristica del folk è comporre nuovi testi su melodie famose. Ok? Allora Mainenti parte da queste due premesse e le aggiorna al 2000, con tanto di sintetizzatori che sostengono melodie della tradizione (“Amici, amici”), distorcono voci (“Amici di Rausa”), nuovi canti sulla base di classici rock (“Don Luiggi” ha la base di “Child in time” dei Deep Purple; “”Porfirio” corre su un giro standard jazz), contamina leggermente strutture compositive tradizionali con le lezioni del rock e del folk internazionali degli ultimi 50 anni. I testi dipingono un’umanità dolente e distrutta (“U ma amicu è / berluxxxxx, inventori di’ lla televisioni / ’nta l’infanzia aveva ad iddu / ca mi dava a cchi pinsari”; “mi sentu vecchiu, stancu / e buono cchiu di travagghiari”), recuperano storie possibili e distrutte dell’antichità (il filosofo Porfirio, i conquistatori romani), tipo Ciprì e Maresco. Nelle note al disco (sì, come nei viniloni anni 60). Aldo Migliorisi parla di “sguardo allucinato, curioso e attento” e di attitudine da fantine, veloce ed essenziale. Tutto vero. Che poi sia anche godibile, è un altro paio di maniche. Può dare un piacere intellettuale, forse. Ma non è neppure questa novità: può anche farvi due palle così. (23-03-2006)


Sicilia Libertaria

aprile 2004

Visioni neo platoniche e tentazioni nu-folk

Antonio nel deserto

Forse nascere in una città di provincia non è poi così male. Aguzza la vista e abitua alla riflessione e alla lentezza, sviluppando magari una passione da entomologo, se non da cacciatore di farfalle: e inevitabilmente affila lo spillo da piantare tra gli occhi del collezionato, lepidottero o umano che sia. La otto tracce di “Don Luiggi e altri canti a-sociali”, cd interamente composto e suonato da Antonio Mainenti, potrebbero magari dirci qualcosa, a tale proposito. Come spiegare altrimenti gli incontri che si possono fare in questo lavoro: il filosofo Porfirio con il vinto Don Luiggi, l’oltrepassata Child in Time dei Deep Purple con Otello Profazio? Con l’atletica, forse: rincorsa, presalto, battuta e volteggio. Per la quale acrobazia é bene procurarsi una potente pedana elastica tipo Reuther, a otto potenti molle d’acciaio che caricate dalla spinta a pié pari rilascino potenza al piano d’appoggio, lanciando in alto l’idea. E permettendo di volare a volo d’uccello. In questo caso, la rincorsa per il presalto é fatta attraversando strade e bar, miserie, canti tradizionali, cene fredde, passato, ironia disillusa e tempo sprecato: osservando e ricordando tutto. E’ forse quello che fa Antonio in questo suo lavoro, parlandone con un linguaggio che solo frettolosamente si potrebbe cercare di intruppare in qualche genere. La successiva atletica battuta é fatta invece su molle forti ed elastiche: l’intenzione, l’approccio sincero che non strabusa, pur possedendole, delle qualità da musicista. E così il volteggio avviene con diverse e leggere figure, tutte interessanti: la canzone popolare scarnificata da suoni sintetici; i campionamenti in tempo reale, le costruzioni a colonna sonora e il teatro della quotidianità raccontato con la prosa fredda e ironica quasi da Cantacronache. La forma di “Don Luiggi e altri canti a-sociali” é da fanzine, adottandone i pregi. La sostanza é invece fatta da evocazioni flashback fantasie libri passioni trasmutate in coerente musica. La quale musica, attinge a piene mani nelle tradizioni popolari e frequenta, usandone gli strumenti e facendoli a malapena intravedere, forme d’arte diverse che tra gusci di lumaca, specchietti, pietruzze e perline colorate, a volte nascondono rari zaffiri o mai viste farfalle. Il pregio da fanzine di questo lavoro é la velocità di realizzazione e la mobilità dell’oggetto. Realizzato (cioé ottimamente autoprodotto) in una settimana e fatto circolare immediatamente a prezzo politico (si può richiedere al costo di cinque euro scrivendo a: musica@extempora.com), restituendo così all’oggetto la sua funzione strumentalee non sovraccaricandolo di aspettative da ego ipertrofico. Tutto qui, direte voi. Sì: il gesto suddescritto – arte come attivismo, azione che segue l’idea – risponde con la realtà dell’utopia a tutti i ragionamenti gemebondi da provincia del pensiero. Nei deserti, é necessario coltivare visioni. Producendo forme d’arte, musica; considerandosi con la leggerezza che richiede il volo a vento; agendo, infine, con la determinazione dell’atleta che batte a piedi uniti sulla potente pedana elastica a doppio molleggio, pronto ad innalzarsi per volteggi che faranno vibrare l’ aria. – Qual’ é secondo lei il futuro del rock?- chiese una volta un incauto giornalista a Burroughs. -La scultura-, rispose l’invasato scrittore beat. Ascoltando il lavoro di Antonio Mainenti, la profezia di William S. Burroughs acquista un senso: l’arte del togliere, del liberare dalla pietra superflua la forma che ne é nascosta, é bene esercitata nei brani di questo cd. Che inizia con un propedeutico e traditore invito al viaggio: “Amici, amici”, tradizionale canto del carcere che parla di nostalgia per la libertà persa. Suggestiva introduzione ad un disco che non risparmia invece beffe verbali e musicali, come ad esempio nel secondo brano, “Amici di Rausa”. Ballata che tra luccichii di coltelli che si sfilano e lame che colpiscono alle spalle, parla con sadica ironia dell’amicizia: quella utile per fare l’usciere, ad esempio, e di tutto un microcosmo di provincia che non suscita nessuna nostalgia . “Zagara” é tratta dalla colonna sonora di uno spettacolo teatrale (esercizio al quale il nostro, insieme a concerti e ad altri progetti, si dedica da tempo) e nel montaggio sembra quasi mostrare le immagini e le suggestioni delle pietre e delle zagare, mischiando, come succede spesso in questa terra – e di conseguenza nei lavori e nei volteggi musicali dei suoi figli particolarmente cari alle Muse -, sacro e profano. Le atmosfere pulite, tra chitarre acustiche e voce bella e calzante (una delle piacevoli sorprese di questo lavoro), sono completate con inserti diabolicamente spuri: parole, rumori, distorsioni, voci. La title track, la mitica e avvinazzata “Don Luiggi”, é mossa ballata quasi spagnoleggiante che alcolicamente trascende in una svergognata reprise di “Child in Time” – marranzano compreso -, perfetta base sonora per i lamenti di questo sconfitto e mal maritato moscone da bar. Tristezze di provincia raccontate da uno sfrontato narratore che sicuramente, assieme ai Deep Purple, ha memorizzato con uguale curiosità i lamenti di tutti i Don Luiggi del mondo. In “Cravatta” l’a-sociale Mainenti, partendo da una tranquilla ballata che profuma di mare, con un doppio avvitamento afferra a mezz’aria “Fila la lana” di De André, e non contento, spara in sequenza micro loops di chitarre metal e vocalizzi sintetici. Quasi un televisivo zapping tutto teso a descrivere, con questi bruschi passaggi sonori, gli scarti e le differenze L’ intero lavoro è ben congegnato, permettendo di avere una visione diversificata delle sensibilità di Antonio Mainenti: poesia, amore per le tradizioni, musicalità. E ironia, sguardo allucinato, curioso e attento; contaminato e affascinato dalla unicità del diverso (e a tale proposito basta dare un’ occhiata alla galleria di foto che il nostro, con attitudine da antropologo, sfoggia nel suo sito: www.mainenti.cjb.net). Il neo platonico Porfirio domina la penultima traccia, stralunata invettiva anticristiana, con colta ambientazione nella Sicilia dell’anno zero. Crocefissioni, imperatori, romani barbari, vengono contrapposti a sante autoctone protofemministe e all’antico, nonché sicilianissimo, culto di Venere. Il neo-platonico Porfirio, trascrittore e degno compare del misticheggiante Plotino, diventa uno zorro eretico del III secolo, primo nemico dei cristiani. Tutto questo bailamme pro leoni e contra cristiani é sostenuto da una base paganamente jazzata sulla quale la voce di Antonio tira fuori un bella tavolozza di modi espressivi. Il cd si chiude con un altro tradizionale, “La vitti ‘mpinta a n’arvulu”, delicata ballata, eseguita con la sola voce e chitarra, ottimo esempio delle qualità e delle intenzioni che si possono trovare nei 36 minuti abbondanti di “Don Luiggi e altri canti a-sociali”. Interessante, consigliato e piacevole volteggio sonoro di Antonio Mainenti, modernamente attivo cantante di storie. 


da sand-zine Alfredo Rastelli

gran bella musica

[…]Sempre Antonio Mainenti è protagonista del secondo lavoro in oggetto e cioè il proseguo dell’avventura del Canzoniere Sintetico, alla seconda uscita dopo il bellissimo cd-r (nei posti più alti della mia graduatoria 2006) licenziato dalla net-label rudiMENTALE qualche mese fa. Prima di scrivere del disco premetto che questa è una recensione anomala, dal momento che il lavoro in questione non è ancora uscito ufficialmente (né si sa se uscirà) ma è in attesa di trovare i fondi per essere pubblicato; dell’operazione se ne occupa il collettivo Produzioni Dal Basso, presso il quale (vedere link) è possibile prenotare una copia del futuro cd (quante se ne vogliono, in realtà), e così dargli una speranza di pubblicazione. È questa chiaramente una scommessa per gli autori così come per i finanziatori ma, se posso darvi un suggerimento, non fatevelo mancare (il prezzo è di appena cinque euro). In “at go go” il Canzoniere si presenta dimezzato, con il solo Tirriddiliu a coadiuvare Mainenti nell’uso di scacciapensieri, chitarra classica, laptop, voce, loops machine, effetti, percussioni. Il disco, registrato dal vivo a Napoli nel maggio 2006, ha un difficile compito; dura, infatti, è eguagliare in bellezza e originalità un disco come quel “Teufeltanzmasken” di cui sopra, ma i due escono a testa alta da questa sfida. La rilettura dell’iniziale Marranzanata: jew’s harp atmosphere (trad.) ci proietta subito in quello spirito di paese, con il suono reiterato di uno schiacciapensieri, via via doppiato dalla una chitarra acustica e da un tappeto elettronico che prelude ad un dialogo esaltante tra laptop e chitarra acustica nel successivo brano, purpu: tout de go. È un disco più studiato, meno teatrale e cazzaro del suo predecessore (non ci sono le voci, ad eccezione di intermittenti campionamenti nel finale), forse anche meno improvvisato e più concentrato sui contrasti tra acustico e digitale ma altrettanto affascinante e compiuto. Tracce come Zorba e mou**, ci mostrano il Canzoniere Sintetico come un gruppo immerso nel folk e nelle proprie radici cui l’elettronica fa da sostegno e da punto di fuga. Jew’s harp at go go, please, don’t go e my voice in black (für Johann Caspar Schmidt***), di contro, vedono invece nettamente prevalere l’elettronica. In definitiva “at go go” è un disco bellissimo, a tratti malinconico e umorale; fate in modo che questo lavoro possa vedere la luce.


Emergenza musicale

BidonVillarik suoni ‘a nu munne e ‘munnezza.
martedì, 19 dicembre 2006 01:35

La band “BidonVillarik” nasce da un progetto dell’associazione culturale musicale “Illimitarte”, sita in Villaricca (NA) dai corsi di formazione musicale e nota per aver ideato il sito www.studiaremusica.com .
Nel secondo anno di attività l’associazione ha attivato gran parte dei corsi in sede ed on line: chitarra moderna e classica, pianoforte, batteria, sassofono, basso elettrico, canto moderno e lirico, violino, percussioni, informatica musicale, arrangiamento, teoria ed armonia, ear training, solfeggio, storia della musica moderna.
I “BidonVillarik”, debuttano nell’ambito di una manifestazione ambientale tenutasi il 19/11/2006

alla villa comunale di Villaricca. L’idea del presidente Lello Cardone nasce per caso, ossia suonare rifiuti ma con un messaggio che vuole essere ben chiaro: ”riciclare rifiuti è la mossa vincente per combattere i problemi ambientali che assillano le zone a nord di Napoli”.

Piccoli allievi, grandi associati ed insegnanti compongono l’organico della band suonando ritmi basati su un tappeto di bottiglie di plastica riempite, ritmo incalzante di secchi e taniche di plastica, particolari i tubi del gas che suonano come trombe mentre corposi sono i bassi dei grandi contenitori di ferro.
Tutta la ritmica si presenta come una serie di incastri di varie figurazioni ritmiche, un mix di sound dove si avverte un’aria di samba, rock, dance, tammurriata e pizzica, il tutto ottenuto da strumenti prettamente originali. Insomma l’industrial, quello vero.

Rilevante è la coordinazione di tutto l’organico da parte del maestro Nicola Orabona dei maestri Lello Cardone, Massimo Capocotta, Fabio Tattoli, Antonio Mainenti.


Sands-zine (Alfredo Rastelli)

Teufeltanzmasken

L’avevamo preannunciato ed ecco arrivare le prime uscite in cd-r della rudiMENTALE: l’etichetta si affranca così dallo status di semplice net label per intraprendere una strada che si speri la porti ad una distribuzione se vogliamo ‘classica’ e ad una maggiore visibilità. Le prime due uscite, in bellissime confezioni home-made numerate, ci presentano i progetti de L’addimmuru, duo composto da Luca Sciarratta, il deus ex-machina dell’etichetta, e Dario Sanfilippo, sorta di geniale manipolatore sonoro, incontrato già con il moniker di Tirriddiliu; e il Canzoniere Sintetico, piccolo combo composto da Antonio Mainenti, Manuela Basile, Rinus van Alebeek e l’onnipresente Tirriddiliu.
L’addimmuru è un interessante sequenza di improvvisazioni basate sulla chitarra di Luca Sciarratta, ovvero la fonte primaria per le invenzioni elettroniche di Dario Sanfilippo che ne ha processato in real time il segnale. Diversamente dall’accoppiata Tetuzi Akiyama / Toshimaru Nakamura, alla perenne ricerca della perfetta fusione digitale, l’elettroacustica dell’Addimmuru si sposa con la musica concreta, con derive ambientali dai toni scuri senza però mai scendere nel noise. I due attuano una ricerca incentrata più che sull’umore del momento, su memorie del passato, su suoni ancestrali che sanno di luoghi abbandonati e cantine carbonare.
All’intimità dell’Addimmuru si contrappone l’apertura e la collaborazione del progetto del Canzoniere Sintetico, ensemble che vede lo stesso Dario Sanfilippo affiancato da Antonio Mainenti, Manuela Barile e Rinus Van Alebeek. A sentirlo distrattamente sembrerebbe una riunione di pazzi scalmanati intenti alla caciara più oltranzista (e non si può escludere a priori che sia così). In realtà è un riuscito tentativo di far convivere l’improvvisazione e la materia elettroacustica con le radici, la tradizione e l’humus siciliano di cui i quattro musicisti fanno parte. Il disco è diviso in tre parti, “Teufeltanzmasken”, “Del porco non si butta mai niente” e “Caveau”, alla cui creazione i quattro si sono più o meno alternati. L’impronta etnica è dominante, nell’ironia messa in campo, nella teatralità dei giochi di voce (e naso), nella ripresa di stornelli tradizionali (stornello di Carini [Trad.]; canto dei bastori siculo-baresi (emigrati in Germania) [Trad.]), nell’uso classico di strumenti, quali lo scacciapensieri (notevole l’intreccio con le bordate elettroniche e il canto di Manuela Barile in dance (in barba alla legge)) o la chitarra, e nell’uso invece improprio di oggetti e finanche del territorio stesso (in suonando casa di Tirriddiliu suonano effettivamente la casa!). Pensate al E-NEEM Projekt in chiave avant-elettronica. Se ne sono visti davvero pochi di dischi come il Canzoniere Sintetico, non fatevelo mancare.


SentireAscoltare
 (Antonello Comunale)

Teufeltanzmasken

(…) Se nella sua trama impenetrabile il suono di L’addimmuru è ostico e affascinante, quello proposto dal Canzoniere Sintetico è letteralmente oltre. Il nome ovviamente richiama esempi illustri come il Canzoniere del Lazio e l’improvvisazione stampata sul cdr sposa un’anarchia senza compromessi che sfocia spesso nella pantomima teatrale. Nel mucchio selvaggio in questione ritroviamo Tirriddiliu, affiancato da Antonio Mainenti, Manuela Barile e Rinus Van Alebeek. Diviso in tre parti: “Teufeltanzmasken”, “Del porco non si butta mai niente” e “Caveau” ii disco è assemblato con canti d’avanguardia, rumori d’ambiente, filastrocche tradizionali, strumenti improbabili, umori di Sicilia. Oltre lo sberleffo avanguardista e l’etnocuriosità d’accatto con “un passo nel futuro della musica folk e tradizionale, quel passo che si può permettere solamente chi ha assimilato, chi è nato in un dato contesto dove gli antropologi non esistono e neanche gli etnoturisti alla ricerca della danza perduta”. Sud e magia. (6.8/10).


intervista su Qumakka.net

Antonio Mainenti: Sonorità urbane e suoni disorganizzati
di Giovanni Scala

Antonio MainentiIniziamo oggi un ciclo di interviste a musicisti che, non troppo lontani dai nostri 668 metri di altitudine, portano avanti idee e interessanti progetti, senza apparire per niente influenzati dalle ultime tendenze musicali dettate dal mercato.

Oggi risponderà alle nostre domande Antonio Mainenti , cantante e strumentista, interessato alla ricerca vocale e alla musica contemporanea, che ormai da anni si occupa di colonne sonore, composizione, improvvisazione ed arte militante, “usando” la voce e suonando strumenti a corda, scacciapensieri, tamburi a cornice.

Antonio, in un tuo recente articolo hai affermato: “Se intendete suono:musica=intrattenimento:battere_il_tempo, potreste anche non considerarci”. Che cosa sono allora per te il suono e la musica?

Il suono come quasi tutti sanno è la cosa più silenziosa del nostro universo, la musica è la composizione del silenzio o la regola del rumore. Il suono è silenzio perchè il silenzio non esiste, ti ricordo di John Cage quando si chiuse nella camera anecoica (una stanza completamente insonorizzata) gli unici due suoni che ascoltò erano uno di bassa frequenza e l’altro di alta frequenza: rispettivamente il sistema di circolazione del sangue e il sistema nervoso.

Spiritualità musicale a parte, per le mie composizioni uso indifferentemente suoni disorganizzati o musiche nostalgiche; questa necessità nasce dal fatto che sto cercando di ripulire sempre più il mio orecchio dai vizi sonori e dai patterns che in ventotto anni ho assimilato.
Io quasi non ascolto la musica: non mi piace. Non me la tiro ammettendo questo, forse preferisco ascoltare gli ambienti, le voci, le campagne e le città. La disorganizzazione delle sonorità urbane e rurali le trovo più interessanti di quello che può entrare in un CD di 70 minuti.

Tu hai iniziato a cantare in dialetto siciliano e suonare tarantelle distorte parecchi anni fa, quando era l’ heavy metal a fare presa sui ragazzi. Oggi il siciliano fa quasi tendenza, quanto ha influito questo sulla tua musica?

Io ho sempre cantato in dialetto e in “slang”, spontaneamente. Per quanto riguarda il metal l’ho ascoltato come il punk, la canzone, il rock, la classica, le musiche tradizionali…questa mancanza di pregiuzio nei confronti di uno stile o un altro, mi ha portato a non preferire una cosa piuttosto che un’altra. Se oggi “siciliano fa tendenza” io ci rimango male, soprattutto perchè l’esigenza non viene dal basso, dai musicisti o ascoltatori e ballerini, ma da un mercato che raccatta di tutto per poter vendere ed importare prodotti pseudo-artigianali.
Sulla mia musica le odierne tendenze non hanno influito, anzi, quasi come un rigurgito le ultime cose scritte da me sono tutte in italiano, sporco ma italiano.

Circola voce che il 9 agosto del 2005, a Ragusa Ibla, diversi turisti, seguendo delle insegne che promettevano di condurli al Duomo, abbiano invece assistito ad un “concerto clandestino”. C’entri qualcosa tu con questo? 🙂

Io non so nemmeno dove si trova Ragusa Ibla, figurati se poi conosco il Duomo!
So solo che durante la cena dell’8 agosto con Rinus Van Alebeek e Tirriddiliu, dopo un giorno di registrazioni in una casa caldissima e dopo aver indicato ai turisti del pre-solleone i migliori ristoranti, le chiese, i palazzi nobiliari, il barocco sporco, il personaggio caratteristico e il panificio aperto, ci siamo permessi di inventarci uno “scherzetto”.

L’ idea di suonare nel cortile poi rinominato “vico Prato occupato” era già stata proposta da Tirriddiliu, io proposi di contestualizzare il concertino illegale del “vico”, detournando i cartelli turistici così da richiamare un numeroso pubblico spensierato, affaticato ed accaldato dai 40 e più gradi di agosto. La nostra conoscenza di Ragusa Ibla è stata fondamentale: il 9 mattina, verso le 10,00 abbiamo tappezzato la zona di insegne indicanti “duomo” nei punti strategici, dove passano più turisti. Le indicazioni portavano nel vicoletto dove avevamo già montato gli strumenti (microfono, effetti e loop station, nastri di bassa qualità, feedback, il tutto diffuso da tre logori ampli per chitarra elettrica e registrato in ambiente con un MiniDisc).
SI PARTE! Finito di attaccare i cartelli, prendere posto ed iniziare a suonare.

L’esperienza a mio avviso è molto importante non per la “bellezza” della musica che si improvvisa ma per la libertà che hanno i musicisti fuori dal palco e dalle organizzazioni e i passanti, ignari protagonisti della nostra e loro musica. I trentacinque minuti di improvvisazione si ascoltano con piacere: il mattino, la spontaneità ci hanno tanto ispirato.
Consigliamo a tutti di portare avanti questo tipo di esperienza, riappropriandosi degli spazi e sfidando gli sbirri SIAE: state certi che la gente ed i passanti apprezzeranno.

Appare chiaro quindi che non sei per niente stanco di sperimentare, e, come tu stesso affermi, “annientare e disturbare con amore” i suoni che, in quanto siciliano, ti appartengono. Quali strani progetti e collaborazioni dovremo aspettarci, da Antonio Mainenti, per questo nuovo anno?

Sarei stanco a riproporre qualcosa che ho già fatto ieri; ad esempio, se rileggessi le risposte che ti ho dato, preferirei dartene altre, quindi: una intervista con due risposte diverse, quindi non rileggerò!
Cosa significa sperimentare? Personalmente non riesco a capire alcuni (parecchi) artisti alla ricerca della stranezza, quelli che si infognano in un linguaggio inutilmente difficile. Se compongo una cosa “strana” è perchè ricerco all’esterno di un linguaggio, sui bordi della musica e poi perchè credo un aspetto importante della rivoluzione che faremo è la riappropriazione del proprio orecchio, della possibilità di scegliere un suono da un altro. La mia crisi ricorrente è quella di non poter comunicare musicalmente con tutti, indifferentemente; ho comunque scoperto cose nuove: usare la mia musica per cortometraggi e il teatro, suonare ovunque le canzoni politiche, A-sociali e “antiche”, riprendersi un vicolo e “sonorizzarlo”, incidere dischi con jazzisti e musicisti contemporanei e stressarli con l’ideale anarchico e con il fatto che se suonano certa musica dovrebbero avere anche una grande coscienza politica!

Entro febbraio usciranno due dischi per la rudiMENTALE records, il primo Oberbaum City con Rinus Van Alebeek e Tirriddiliu, il secondo del “canzoniere sintetico” registrato a Ibla con Van Alebeek e Tirriddiliu e a Bologna con Van Alebeek e Manuela Barile: la cantantessa della Bolognina. Sono dei progetti veramente interessanti e spero in una tua recensione; nel frattempo andrò in “continente” per suonare il mio repertorio SOLO, con la mia chitarra classica, marranzano e loop station.
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recensione al pornoWoyzeck

da FASTIO: odio i blog, sono la merda della rete

svergognare la società per bene
pubblicato il 23-01-2007

woyzeck1Woyzeck è uno sfigato. Cioè, è buono ma ingenuo. Convive con Maria che lo tradisce a destra e a manca, persino con il di lui superiore, il caporal maggiore. Lui lo sa. Tace e porta il suo fardello di dolore. I due hanno anche un figlio. Quando i soprusi da parte di tutti coloro che si approfittano della sua ingenuità superano la soglia, il soldato Woyzeck scoppia. Dapprima si isola poi comincia a covare la rabbiosa vendetta che passerà, attraverso la lama di un coltello, nel corpo di Maria uscendene con la sua anima e lasciando il cadavere della fedifraga sul ciglio di un freddo stagno. Scappa, una macchia di sangue lo sta per tradire e allora torna sul luogo del delitto, tenta di lavare la colpa e annega. L’ossessione per il delitto lo uccide e lo assolve. Il figlio gioca con gli amici, sulla piazza. Qualcuno gli porta la notizia della disgrazia, il piccolo non capisce. Continua a giocare. Solo.
Questa è la tragica storia uscita dalla penna del drammaturgo tedesco Büchner, acerrimo nemico della borghesia liberale tedesca.
Antonio Mainenti rilegge il Woyzeck di Büchner – già film diretto da Herzog – in chiave contemporanea e ne fà un buon cortometraggio in cui si frappongono i desideri repressi del soldatino con le ottime illustrazioni (Guglielmo Manenti) a riportare la fantasia nel vuoto di una vita da misero uomo. La storia è cantata con bello stile dall’inizio alla fine. Il tutto è un po’ claustrofobico per le riprese molto chiuse e sicuramente trasmette la voluta angoscia esistenziale di un uomo senza riscatto. Vederlo una sola volta è un po’ poco. Le immagini esplicite fanno proprio lo spirito radicale di Büchner (pare che la fidanzata Minna abbia volutamente distrutto molti dei suoi manoscritti per scrupoli morali). Si poteva osare di più nella porno-ossessione. Forse il Woyzeck moderno è un precario senza più una socialità, vista la depressione in cui naviga, un otaku senza futuro, un video masturbatore finito nelle mire di un superiore yuppie. Il suicidio, la morte per propria mano, è la sua unica possibilità di scelta, la sua libertà suprema.
Accanto alla musica sembra stridere la citazione iniziale di Siffredi (?).
Comunque: scaricare e diffondere!


Giornale di Sicilia 2002, pps2 con D. De Filippo

Concerto per Olivetti 98

Insolita performance alla galleria Ammuar:

ticchettare i tasti di una macchina per scrivere e produrre sonorità impiegatizie. Concerto per macchina per scrivere “Olivetti 98” e chitarra, venerdì sera alla galleria Ammuar, per un appuntamento che ha fatto di un concerto una “performance”. Il duo, formato da Antonio Mainenti e Dario De Filippo, ha presentato uno spettacolo in sei “momenti” che si sviluppava dalla linearità del suono fino alla “nascita musicale”, dicono gli autori, nella sua essenza atonale e aritmica. Nella odierna contrapposizione tra “musica” e “suono”, il duo si pone decisamente dalla parte del suono attraverso un percorso di ricerca rivolto alla primordialità, per cui “strumenti” del concerto sono state innanzitutto percussioni, ma anche i richiami per uccelli e lo srupeti: uno strumento a mantice indiano che “suonato” accanto alla macchina per scrivere richiamava alla mente una borsa impiegatizia, dal cui aprirsi e chiudersi venivano fuori i tipici “suoni impiegatizi” della civiltà contemporanea, che dietro la patina di progresso nascondono archetipi tribali. Il rumorismo tedesco degli anni Ottanta, ma anche la cosiddetta “commerciale” che dal finire degli anni Novanta fino a oggi riempie le discoteche ogni fine settimana, si posizionano sulla stessa linea di ricerca: la civiltà contemporanea come regresso, senza per altro formulare un giudizio di valore sul percorso inverso che l’orecchio musicale compie dal barocco, o dalla musica sinfonica, verso il “primitivo sonoro”. Alla galleria Ammuar, durante il concerto intitolato appunto “Percettibili Sonorità”, il discorso era non soltanto svelato e palese, ma anche estremizzato: persino una macchina per scrivere produce “suono”, e un’Olivetti 98 si “digita” non per le armonie che nascono da una frase meditata, bensì per il suono che si sprigiona dal semplice ticchettare dei tasti. Nacchere legate insieme come grappoli di cozze di allevamento, richiami per uccelli che emettevano stridule grida isteriche, intellettuali tra il pubblico, aritmicità e atonalità, un caos di rinnegazione armonica dentro la quale era difficile comprendere se il “portato” del duo fosse distaccatamente provocatorio o “etnicamente” compartecipe. Nel dubbio sappiamo che Antonio Mainenti per due volte ha provato a entrare in conservatorio senza riuscirvi: “Non ho la raccomandazione, e dato che non riesco a trovarla ho deciso di lasciare perdere”. Certo, se continua a cercarsi le raccomandazioni tra le tribù dell’Uganda anzichè nello studio delle “scale” ci sembra difficile che il terzo eventuale tentativo possa andare in porto. Se quindi come evento “musicale” siamo nell’ambito del “già-visto-già- sentito-una-volta-sono-stato-a-New- York-e-facevano-di-peggio”, come “performance” artistica la galleria Ammuar ha messo in mostra due esseri umani che facevano rumore con oggetti di uso quotidiano con una “esposizione” che si situa tra le scimmie di Kubrik dell’apertura dell’ “Odissea nello spazio” e gli esperimenti scientifici degli antropologi negli anni Ottanta.

OTTAVIO CAPPELLANI


recensione di Aldo Migliorisi (Vivere del 2 novembre 2005)

Ibla: quasi 100 turisti incautamente finiti tra le fauci di un concerto

IL FANTASMA DEL DUOMO

L’incauto turista che il nove di agosto 2005 avesse cercato di raggiungere il Duomo di Ibla seguendo l’apposita segnaletica, avrebbe fatto bene a tenere gli occhi aperti: inseguendo il barocco rimbambente del Gagini, grazie a rudimentali ed efficaci trappole, sarebbe potuto andare a cadere nelle inaspettate fauci di un trio di musicisti e della loro clandestina performance di sonorizzazione urbana.

Tirriddìliu, Mainenti e Rinus Van Alebeek, tre anarchici della musica assolutamente allergici a diritti d’autore, buone maniere artistiche e consolanti canzoni, quel mattino si erano alzati di buon ora e con in testa le idee ben chiare. “Duomo”, indicavano le insegne che avevano pensato durante la notte e che ora stavano mettendo nei posti giusti.
L’idea era quella di usare il territorio in modo artistico, decontestualizzandolo e liberando la musica da leggi, tasse, siae. Musica che in questo caso era stata pensata come improvvisazione fatta non su un palco, non per un pubblico che viene appositamente ad ascoltare ma comeintervento di sonorizzazione sul luogo e sui presenti. L’intenzione era quella di essere – in una città dove i buskers sono di casa- artisti per la strada, non artisti di strada che ripropongono le stesso spettacolo premeditato e sempre uguale, indifferenti al luogo e alla gente.
Costruire un concerto sulle emozioni del qui ed ora, della strada che vive, sulle suggestioni che possono portare gli ascoltatori, considerati come persone e non come la solita carne da macello meglio conosciuta come pubblico.

I nostri partivano da anni di esperienze artistiche diverse: la letteratura, la musica popolare, il fields recording, la musica contemporanea, l’elettroacustica. Tutti generi di solito relegati a catacombe o alle case di cura per malattie mentali. E poi c’era questo trio estemporaneo e affine che per una serie di coincidenze si era ritrovato nella stessa città e che aveva urgenza di sperimentarsi, di mischiarsi, di suonare. Perché non farlo allora ad Ibla, trasformando un cortile tra i vicoli nel “Duomo” falsamente segnalato, e provare, suonare e registrare davanti ad un non-pubblico nella luce di un mattino d’agosto?

Lo spartito che i musicisti eseguivano, l’ispirazione, veniva da tutto quello che abitualmente si ignora: le pietre del cortiletto, il verde delle piante, il rosso dei gerani, il non obbligo, il gioco che azzera piedistalli e diffidenze. E gli strumenti scelti per quest’operazione, non erano da meno: la riproduzione volutamente lo-fi, loop station, voci, feedback, scacciapensieri, microfoni ed oggetti. In 35 minuti di concerto, nella trappola erano caduti un centinaio di turisti e il Duomo che gli si era prospettato, all’ingresso del cortile, era di tutt’altra, inaudita architettura.

“Il nome iniziale del progetto è concertino clandestino; in seconda battuta è poi diventato Urban Scoring Kit, una cosa che non si voleva vendere, ma regalare: un finto kit che conteneva l’idea da realizzare e le istruzioni
per l’uso: 4 punti, che vanno dal trovare un punto luce, all’accendere l’amplificatore. Istruzioni brevi ed essenziali, come critica al rimbambimento generale delle specializzazioni e degli esperti a tutti i costi”, raccontano Mainenti e Tirriddìliu.

A distanza di quasi tre mesi, i ragazzi sono tuttora orgogliosi e soddisfatti per il casino che hanno combinato, per i contenuti ad altissimo potenziale artistico del loro lavoro e per i riscontri avuti: messo sul web, il progetto è stato linkato in usa e nord europa, e i nostri sono stati contattati per realizzarlo in altre città. Il video verrà proiettato al Peam festival di Pescara e al festival di un’etichetta austriaca, la “No cord”, a Graz in Austria. “Sul sito ci sono foto, video, mp3 e il famigerato kit.
Tutto rigorosamente gratuito e rilasciato con licenza Creative Commons. L’indirizzo è ” www.sicilialibertaria.it/arte/kit ” ci tengono a precisare gliautori.

In questi giorni Mainenti è in partenza per dei concerti a Napoli e a Roma, di Tirriddìliu è appena uscito in edizione limitata il suo nuovo cd e Rinus è di nuovo in giro per il mondo con i suoi fields recordings a registrare nuvole e paesaggi sonori. Si rivedranno sicuramente tra qualche mese in qualche città d’Europa a riproporre il loro concerto clandestino e sperano che la cosa possa succedere un po’ dappertutto; chiunque è invitato a farlo e ognuno con la propria forma espressiva. “Ad Ibla, finte insegne turistiche; in un’altra città magari una finta inaugurazione di rosticceria con assaggio gratuito. Qualsiasi posto va bene: fabbriche, quartieri dormitorio, centri commerciali, scuole”, suggeriscono gli autori.

In un mondo volgarmente mercificato ed acusticamente inquinato, reinventare spazi e suoni, usare la propria creatività come il dono che sta alla base di ogni libertà e non come merce da vendere è forse un gesto di quelli
veri e possibili: chiedetelo a Mainenti, Tirriddìliu, Van Alebeek e al loro Kit di Sonorizzazione Urbana. Ma chiedetelo anche a quei turisti che ancora girano per Ibla alla ricerca del Duomo e non si fidano più di nessun cartello segnaletico…